Lunarcana

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Figure nella storia dei tarocchi

Dodici persone che da un mazzo da gioco hanno ricavato la pratica che oggi conosciamo.

Questa pagina parla di persone, non di eventi. Vale la pena notarlo subito: i tarocchi nascono in Italia — a Milano, a Ferrara, a Bologna, nel Quattrocento — eppure nessuno dei dodici nomi che seguono è italiano. L’arco che ha portato un mazzo da gioco a diventare una pratica di lettura diffusa nel mondo è stato spinto altrove, da individui precisi con scelte precise. Nel 1781 Court de Gébelin «riconobbe» volti egizi in un tarocco da salotto e lo chiamò il libro perduto di Thot. Nel 1909 Pamela Colman Smith ridisegnò i quaranta arcani minori trasformando i semi ripetuti in scene leggibili: da allora chi comincia impara dall’immagine. Nel 1980 Rachel Pollack cucì la psicologia del racconto alle carte: da allora i tarocchi non sono più soltanto una stesa, ma uno sguardo posato su di sé.

Qui sotto dodici biografie brevi in ordine cronologico, duecento o trecento parole ciascuna. Nessuna classifica, nessuna lettera di ammirazione. Dove la fonte è contesa — la vita privata di Crowley, la cancellazione di Pamela, la tesi egizia di Court de Gébelin — lo diciamo, senza emettere sentenze morali. Ogni data di nascita e di morte, ogni anno di pubblicazione è stato verificato; le fonti stanno nel commento in testa a questo file.

Dodici figure chiave

Ordine cronologico, dall’erudito francese dei Lumi al regista cileno-francese ancora in vita nel 2026. Apri le schede per leggere biografia e opere.

La linea

Messi in un albero genealogico, i dodici si dispongono con nettezza. Court de Gébelin e Etteilla, a fine Settecento, spostano i tarocchi dal gioco alla lettura. Lévi e Mathers, nell’Ottocento, li saldano alla cabala. Waite e Pamela Colman Smith, con il mazzo Rider del 1909, danno al sistema una forma visiva e lo diffondono. Crowley e Frieda Harris, nel Thoth dipinto fra il 1938 e il 1943, portano la sistematizzazione al suo limite. Campbell, che di tarocchi non scrisse mai una riga, fornisce l’ossatura narrativa con il monomito. Greer e Pollack, negli anni Ottanta, introducono la psicologia junghiana e quella del racconto e compiono il perno moderno: dalla pratica occultistica all’attenzione rivolta a sé. Jodorowsky, dagli anni Novanta, si volta indietro e restaura la linea marsigliese nel frattempo trascurata.

La linea non è priva di fratture. Crowley e Waite erano in dissenso serio; Pollack criticò pubblicamente alcune posizioni di Crowley. Dal punto di vista di chi legge oggi, però, le opere di questi dodici formano insieme lo zoccolo di sapere che sta sotto qualunque mazzo tu possa comprare in libreria. Vale la pena ripeterlo: la materia prima su cui hanno lavorato era italiana — i trionfi milanesi e ferraresi del Quattrocento, il tarocchino bolognese — mentre la costruzione teorica è avvenuta in francese e in inglese. Riportare la lettura in italiano non è dunque un’operazione di traduzione: è un rientro.

Le sottovalutate

Due fra le peggiori cancellazioni della storia dei tarocchi riguardano altrettante artiste. Pamela Colman Smith ha illustrato le settantotto carte del mazzo più influente del Novecento; per decenni il suo nome è comparso su quelle carte soltanto come «P.C.S.», in un angolo. Il mazzo veniva venduto come «tarocchi Rider» o «tarocchi Rider-Waite», dove Rider era l’editore. Solo con lavori come Women of the Golden Dawn di Mary Greer (1995) e con la ricerca degli anni Duemila si afferma la dicitura «Rider-Waite-Smith», o «Waite-Smith». Pamela quella correzione non l’ha vista: morì nel 1951 in povertà e fu sepolta, con ogni probabilità, in una fossa senza nome.

Lady Frieda Harris è il caso parallelo. L’invenzione artistica del mazzo Thoth è in larghissima parte sua — la sua formazione in geometria proiettiva, la sua mano, le sue trattative con Crowley schizzo dopo schizzo. Per mezzo secolo la formula «i tarocchi di Crowley» ha coperto l’intero spettro manualistico. L’esposizione del 1942 alle Berkeley Galleries fu il suo momento di visibilità pubblica; il riconoscimento serio e autonomo della sua arte comincia soltanto negli anni Duemila. I due casi insieme consegnano un’osservazione di struttura: anche la produzione del sapere sui tarocchi, come quella di qualsiasi altro campo, ha il proprio racconto centrato sugli uomini, ancora da correggere.