Lunarcana

· CARTE DA GIOCO ·

Tarocchi e carte da gioco — un solo albero

Settantotto carte, cinquantadue, quaranta: tre strade che partono dallo stesso mazzo.

Se hai in casa un mazzo napoletano, o piacentino, o bergamasco, hai già in mano metà di un tarocco. I quattro semi sono gli stessi — bastoni, coppe, spade, denari — con lo stesso ordine e quasi lo stesso disegno: il bastone nodoso, la coppa a calice, la spada ricurva, il denaro tondo con la rosetta. Non è una somiglianza, è parentela diretta. Il mazzo che tieni in casa e gli arcani minori del tarocco non sono l’uno il figlio dell’altro: sono fratelli, due esiti dello stesso mazzo latino sbarcato in Europa nel Trecento. Da un lato l’Italia ha accorciato — via gli otto, i nove e i dieci — e ha tenuto le quaranta carte con cui si gioca a scopa e a briscola. Dall’altro Milano ha allungato: ha aggiunto una quarta figura, la regina, e ventidue trionfi, ed è nato il tarocco. La Francia, più tardi, ha potato un terzo punto ancora: via i trionfi e via il cavaliere, e sono rimaste le cinquantadue del poker e del bridge.

Questa pagina segue la biforcazione — da dove vengono queste carte, quando entrano in Europa, come un’identica struttura a quattro semi è diventata quattro vocabolari nazionali, perché il mazzo francese ha buttato i ventidue trionfi e come la differenza 78 − 52 = 26 si scompone con precisione. Che i tarocchi vengano dall’Egitto dei faraoni è un romanzo esoterico del Settecento, già smontato nella nostra pagina sugli equivoci. Eppure una parentela egiziana c’è davvero: solo che porta al Cairo del Trecento e non a una tomba nella Valle dei Re.

Le cinquantadue carte mamelucche

Le prime attestazioni europee delle carte da gioco risalgono agli anni Settanta del Trecento, e il loro antenato diretto è un gioco praticato nel Sultanato mamelucco d’Egitto e Siria (1250–1517) col nome di Kanjifah. Nel 1931 — qualche fonte dice 1939 — lo studioso Leo Aryeh Mayer individuò nel museo del palazzo Topkapı di Istanbul un mazzo mamelucco quasi completo: delle cinquantadue carte originarie ne restano fra le quarantatré e le quarantotto, databili al primo Quattrocento benché la tradizione risalga più indietro. Il mazzo è ancora lì, ed è l’ancoraggio materiale di tutto questo albero genealogico.

La struttura mamelucca è sorprendentemente vicina a un mazzo moderno: quattro semi per tredici carte, cinquantadue in tutto. I semi sono jawkan (mazze da polo), tuman (coppe), suyuf (spade) e darahim (monete). Ogni seme corre dall’asso al dieci e porta tre figure — malik (re), nā’ib malik (vicario del re) e thānī nā’ib (secondo vicario). Poiché la tradizione islamica evita la rappresentazione figurata, quelle tre carte non mostravano volti ma calligrafia araba e arabeschi vegetali; furono i cartai europei, ereditata la struttura, a metterci sopra sovrani e cavalieri.

Conviene dirlo esplicitamente: questo non prova che i tarocchi nascano in un tempio egizio. I mamelucchi erano una dinastia islamica medievale, non i faraoni, e le loro carte erano attrezzo da gioco quotidiano, non cifrario sacerdotale. Quando nel Settecento il francese Court de Gébelin dichiarò che il tarocco era un manoscritto superstite del dio Thot, stava scrivendo un romanzo — senza alcun rapporto con l’evidenza mamelucca.

L’arrivo in Europa

L’Europa nomina le carte da gioco per la prima volta in modo netto negli anni Settanta del Trecento. Nei centocinquant’anni successivi il mazzo importato viene rimodellato, ramificato e standardizzato, fino a separarsi in due destini distinti: il tarocco e il moderno mazzo da cinquantadue. L’Italia sta al centro di quasi tutte queste tappe.

  1. Le prime attestazioni europee

    Un rimario catalano del 1371 registra naip come nome della carta da gioco: viene dall’arabo nā’ib, il vicario mamelucco, cioè la seconda figura della gerarchia. Nel 1377 Firenze proibisce il gioco delle carte in un’ordinanza comunale, e nello stesso anno il frate svizzero Giovanni di Rheinfelden scrive il primo trattato europeo sistematico sull’argomento. Nel giro di un decennio le carte compaiono nei documenti di Italia, Francia, Spagna, Svizzera e Germania — arrivate quasi certamente dai porti mediterranei, Venezia e Napoli in testa.

  2. Milano aggiunge ventidue trionfi

    Fra il 1440 e il 1450 i documenti di Milano, Ferrara, Firenze e Bologna registrano una variante nuova, le carte da trionfi: ventidue figure allegoriche — Il Matto più ventuno trionfi numerati — sovrapposte ai quattro semi originari, ai quali si affianca negli stessi anni una quarta carta di corte, la regina, accanto a re, cavaliere e fante. I mazzi Visconti-Sforza superstiti, commissionati alla corte del duca Filippo Maria Visconti e poi da Francesco Sforza, dipinti in gran parte da Bonifacio Bembo, sono l’esempio più celebre e il più antico tarocco che si possa ancora prendere in mano. Quei ventidue trionfi sono ciò che oggi chiamiamo arcani maggiori.

  3. Il mazzo francese prende forma

    Intorno al 1480 i cartai francesi semplificano i semi tedeschi (ghiande, foglie, cuori, sonagli) in fiori ♣, picche ♠, cuori ♥ e quadri ♦, e cominciano a stamparli a stampino: per la prima volta in Europa la carta diventa merce riproducibile in serie. Nello stesso passaggio il mazzo francese lascia cadere i ventidue trionfi e il cavaliere, attestandosi su cinquantadue carte e tre ranghi di figura — re, dama, fante — il modello che regge ancora oggi.

  4. Il Marsigliese viene codificato

    Il cartaio marsigliese Nicolas Conver pubblica nel 1760 un tarocco silografico che prenderà il nome di Tarot de Marseille, consolidando tre secoli di varianti regionali in una versione figurativa relativamente stabile. Vale la pena ricordare che quel modello non nasce in Francia dal nulla: discende dalla filiera lombardo-piemontese passata oltralpe con mercanti, soldati e stampatori. Resta il disegno dominante per tutto l’Ottocento e sta sotto a ogni ristampa marsigliese moderna.

  5. Esce il Rider-Waite-Smith

    A. E. Waite, insieme alla pittrice Pamela Colman Smith, pubblica a Londra presso Rider & Co. il mazzo che porta i loro nomi. Per la prima volta tutte e settantotto le carte — comprese le numerali dal due al dieci, fino ad allora soltanto seme e cifra — vengono disegnate come scene narrative. Quella singola mossa rende gli arcani minori leggibili attraverso l’immagine invece che attraverso una formula mandata a memoria, e un secolo dopo la maggior parte dei mazzi contemporanei parla ancora la lingua figurativa del RWS.

Quattro semi, quattro lingue

Arrivato in Europa, il mazzo mamelucco viene tradotto dalle tradizioni cartarie nazionali in quattro vocabolari visivi distinti. La tabella segue la ramificazione dai modelli arabi al tarocco italiano, alle carte francesi, al mazzo tedesco. La colonna italiana e quella del tarocco dicono la stessa cosa: non è una svista.

TarocchiMameluccoMazzi italiani da 40Francesi ♣♥♠♦Tedeschi
BastoniJawkan (mazza da polo)BastoniFiori ♣Ghiande
CoppeTuman (coppe)CoppeCuori ♥Cuori
SpadeSuyuf (spade)SpadePicche ♠Foglie
DenariDarahim (monete)DenariQuadri ♦Sonagli

Le due colonne italiane coincidono perché sono la stessa cosa: le napoletane, le piacentine, le bergamasche, le trevigiane e le siciliane portano esattamente i semi del tarocco, e il disegno cambia solo nel taglio — le piacentine e le napoletane seguono la linea di derivazione spagnola, con spade dritte e bastoni lisci, mentre le bergamasche e le trevigiane conservano il taglio settentrionale, spade ricurve e intrecciate e bastoni nodosi. I semi francesi, invece, non discendono direttamente da quelli mamelucchi ma sono ritagliati su quelli tedeschi: per questo il ♣ francese si chiama trèfle, trifoglio, mentre il cognato tedesco è la ghianda — stessa semantica vegetale, riscritta due volte. La mazza da polo mamelucca che diventa bastone italiano e poi una sagoma di foglia francese è lo stesso filo semantico tirato per tre secoli.

Perché il mazzo francese lasciò cadere i trionfi

Fra tardo Quattrocento e Cinquecento il gusto europeo per i giochi di carte si sposta. Il tarocco italiano era un gioco complesso — ventidue trionfi con ordine rigido, prese, conteggio elaborato. Ciò che attecchisce nelle corti francesi e nelle case cittadine sono giochi più leggeri, fondati sui soli quattro semi: piquet, triomphe, poi whist e bridge. In quel registro i trionfi erano zavorra.

La stampa a stampino in grande tiratura fu la seconda spinta. Togliere ventidue carte abbatteva di circa il ventotto per cento il costo di produzione di un mazzo; togliere i quattro cavalieri ne risparmiava un altro cinque. I cartai francesi fusero i ruoli di fante e cavaliere e tennero tre ranghi di figura — re, dama, fante — invece dei quattro italiani. Dal punto di vista economico non c’era partita.

In Italia, però, non morì nulla: si potò in un altro punto. I mazzi regionali da quaranta rinunciarono agli otto, ai nove e ai dieci e conservarono i tre ranghi di figura ereditati dal modello mamelucco — re, cavallo, fante — senza mai conoscere la regina, che è un’aggiunta del tarocco milanese e non una carta da gioco tolta per strada. I cartai francesi lavorarono sulle figure in senso opposto: tennero tre ranghi, ma misero la dama al posto del cavaliere. E il tarocco continuò a essere, prima di ogni altra cosa, un gioco: il tarocchino bolognese di sessantadue carte dal Cinquecento, il tarocco piemontese, il tarocco siciliano che a Calatafimi si gioca ancora. Dal 1500 in poi i rami corrono paralleli — le carte da gioco servono la partita e la riproducibilità, il tarocco serve il racconto e il simbolo, e nessuno dei due ha mai smesso di essere un mazzo da tavolo.

78 − 52 = 26

Metti i due mazzi sullo stesso tavolo e la differenza si scompone in due voci nette:

  • Tarocchi 78 = 4 semi × (10 numerali + 4 figure: Fante / Cavaliere / Regina / Re) + 22 trionfi (arcani maggiori)
  • Carte francesi 52 = 4 semi × (10 numerali + 3 figure: fante / dama / re) + 0 trionfi
  • Differenza 26 = 22 trionfi + 4 cavalieri (uno per seme)

Quando il tarocco passò alla lettura

Per circa trecento anni — dagli anni Quaranta del Quattrocento agli anni Ottanta del Settecento — il tarocco fu quasi esclusivamente un complesso gioco di prese, senza alcun impiego interpretativo sistematico. La svolta avviene in Francia a fine Settecento. Nel 1781 Antoine Court de Gébelin pubblica l’ottavo volume di Le Monde primitif e vi sostiene che il tarocco sia un manoscritto scampato del dio egizio Thot. È la prima affermazione pubblica che lega il tarocco all’occulto, ed era clamorosamente falsa: ignorava l’evidenza mamelucca e non poggiava su alcuna fonte egiziana.

Poco dopo Etteilla, che a Parigi leggeva le carte per mestiere, pubblica il primo tarocco disegnato espressamente per la lettura (anni 1780–90). Nell’Ottocento Éliphas Lévi innesta il tarocco sull’albero della vita cabalistico. Nella prima metà del Novecento arrivano il Rider-Waite (1909) e il Thoth di Crowley e Harris (1944), che fissano l’iconografia esoterica che leggiamo ancora. In breve: l’uso interpretativo del tarocco è un impiego di circa duecentocinquant’anni applicato a un mazzo di seicentocinquanta.

Per un lettore italiano questo capovolge la prospettiva abituale. Il tarocco è nato qui come gioco di corte e qui è rimasto gioco mentre in Francia diventava altro; l’uso esoterico ci è tornato indietro dall’estero, con i nomi francesi e poi inglesi attaccati sopra. Nel frattempo il ramo delle carte da gioco proseguiva sulla sua strada — il whist inglese del Settecento passa in America e nell’Ottocento diventa bridge, il poker si forma nella prima metà dell’Ottocento dal poque francese e dal primero spagnolo. Le stesse carte, in fondo, con due usi diversi: da una parte la matematica della partita, dall’altra la cadenza del racconto.

Le due tradizioni oggi

Oggi un mazzo di tarocchi e un mazzo da poker condividono ancora circa il novantacinque per cento della struttura: quattro semi, dall’asso al dieci, re e dama in ciascuno. L’unica differenza è la presenza o l’assenza dei ventidue trionfi e dei quattro cavalieri — e col mazzo regionale italiano da quaranta la sovrapposizione è, se possibile, ancora più stretta, visto che i semi sono identici e i disegni vengono dalla stessa filiera cartaria. Chi ha studiato il tarocco legge un mazzo da poker quasi distrattamente; chi gioca a briscola riconosce la geometria di un arcano minore senza doverla imparare. La separazione sta nell’uso, non nella struttura: le carte da gioco servono il calcolo delle probabilità, il tarocco serve il ritmo di un racconto. Due usi interi dello stesso albero, e in Italia crescono ancora tutti e due sullo stesso tavolo.