Che cosa significa la Stella
Nel vocabolario simbolico del mazzo la stella non è un astro ma una figura: un corpo geometrico che si identifica dal numero delle punte. Cinque raggi disegnano il pentagramma, figura della forma umana (capo e quattro membra) e dei quattro elementi classici raccolti sotto lo spirito; sei raggi disegnano l’esagramma, i due triangoli intrecciati che gli autori ermetici del Rinascimento leggono come incontro del macrocosmo di sopra con il microcosmo di sotto. Sette raggi segnano l’ettagramma dei sette pianeti classici; otto raggi segnano l’ottagramma, la figura che chiude il giro dei sette e lo riapre — la ruota arrivata al termine che comincia un altro giro.
Attraverso tutti questi conteggi la stella tiene un ufficio solo: è la figura della direzione. Per il navigante antico le stelle fisse erano gli unici punti di riferimento affidabili del mare aperto; gli egizi attendevano che Sirio — Sothis — sorgesse appena prima dell’alba e ancoravano a quel ritorno l’intero anno agricolo; i magi del vangelo di Matteo attraversarono un deserto perché una stella indicava dove andare. A cinque, sei, sette o otto punte, la stella nel mazzo è il simbolo che dice: da qui, di là. Non promette l’arrivo — stabilisce l’orientamento, che è cosa diversa e più utile.
Come la Stella compare nel mazzo
La stella entra nel mazzo dipinto da Pamela Colman Smith su tre carte, e lo fa con un’aritmetica delle punte molto attenta. Su La Stella — l’arcano che ne porta il nome — una grande stella dorata a otto punte sta sospesa in alto al centro del cielo, circondata da sette stelle minori, anch’esse a otto punte, disposte come un seguito. Il commento di A.E. Waite nella Pictorial Key legge la stella grande come la verità che l’anima riceve direttamente; le sette compagne sono comunemente intese, nella letteratura di scuola Golden Dawn, come i sette pianeti classici schierati sotto quell’unica sorgente. Leggere questo arcano significa leggere un cielo deliberatamente contato.
Su L’Eremita la geometria cambia. Dentro la lanterna alzata contro la notte, Smith ha dipinto una stella a sei punte — il Sigillo di Salomone, due triangoli chiusi l’uno sull’altro, fuoco e acqua fatti una cosa sola. Ciò che l’Eremita porta non è dunque fiamma comune ma un ordine congiunto, un piccolo esagramma portatile di ciò che è in alto e di ciò che è in basso. La luce con cui cerca il proprio passo è essa stessa una figura di corrispondenza.
Sulla carta di corte dei Denari il conteggio scende a cinque: la figura tiene fra le mani una moneta con la stella a cinque punte incisa nel disco e la guarda come una cosa non ancora posseduta ma tenuta davanti a sé. Lungo le tre carte il mazzo dispone dunque una piccola scala geometrica — cinque (il corpo), sei (il matrimonio degli opposti), otto (la ruota compiuta che si riapre) — e ciascun gradino è un modo diverso in cui la stessa figura celeste orienta una tappa diversa della strada.
Le carte che portano la Stella
Tre carte del mazzo collocano una stella dentro la scena dipinta, con tre conteggi di punte diversi.
Passa il puntatore su uno spillo per vedere dove si trova il simbolo sulla carta.
L’Eremita
Su L’Eremita la stella è un Sigillo di Salomone a sei punte dentro la lanterna — non fuoco comune ma due triangoli chiusi l’uno sull’altro, il piccolo esagramma portatile con cui l’ordine superiore illumina il gradino inferiore.
· Leggi questa carta →La Stella
Su La Stella la grande figura centrale ha otto punte — la Stella Sapientiae degli alchimisti medievali, la prima geometria che riaffiora dal caos. Intorno a lei le sette stelle minori, anch’esse a otto punte, si schierano come i sette pianeti classici: il cielo intero contato e tenuto fermo.
· Leggi questa carta →La Stella
Su La Stella la grande figura centrale ha otto punte — la Stella Sapientiae degli alchimisti medievali, la prima geometria che riaffiora dal caos. Intorno a lei le sette stelle minori, anch’esse a otto punte, si schierano come i sette pianeti classici: il cielo intero contato e tenuto fermo.
· Leggi questa carta →Regina di Denari
Sulla Regina di Denari la stella si riduce a cinque punte incise dentro un disco — il pentagramma degli elementi e della forma umana, tenuto in grembo e non a distanza di braccio: una padronanza che si è posata nella custodia.
· Leggi questa carta →Altri simboli vicini
La Stella appartiene alla categoria Geometria — figure definite dal numero di punte, di lati, di intersezioni. Gli altri simboli di questa categoria sono elencati qui sotto; conviene leggerli accanto alla stella per vedere come il mazzo pensi per forme contate.
Altre voci di questa categoria arriveranno presto.
Fonti più antiche
Le stelle dipinte sulle tre carte di Smith ereditano una tradizione che procede conteggio per conteggio. Il pentagramma, figura di cinque punte, era già firma pitagorica nel VI secolo avanti Cristo — i punti del corpo, i quattro elementi tenuti sotto lo spirito — e viene canonizzato come figura magica da Eliphas Lévi a metà Ottocento, che lo appaia all’esagramma di sei punte come le due figure di governo rispettivamente del microcosmo e del macrocosmo. Il lignaggio più antico dell’esagramma passa per il Maghen David ebraico e per l’immagine rinascimentale del Sigillo di Salomone: due triangoli, uno ascendente e uno discendente, diagramma visibile della massima per cui ciò che è in alto è come ciò che è in basso. L’ettagramma a sette punte è rimasto la figura dei sette pianeti classici, portata dentro le tavole di corrispondenza della Golden Dawn. L’ottagramma a otto punte, la figura dell’arcano stesso, è secondo alcune letture il più antico di tutti: compare sui sigilli mesopotamici come simbolo di Inanna-Ishtar, la stella del mattino, e riemerge nell’alchimia medievale come Stella Sapientiae.
La stella come segno di direzione ha una filiera altrettanto lunga, e l’Italia le ha dato la sua immagine più famosa. Attorno al 1303 Giotto dipinge nella Cappella degli Scrovegni a Padova l’Adorazione dei Magi, e al posto della consueta stella schematica mette una cometa vera, con la chioma e la coda: aveva visto passare nel 1301 la cometa che oggi chiamiamo di Halley, e la trasferì sul muro. È il primo momento in cui la stella-guida dell’Occidente smette di essere un segno grafico e diventa un’osservazione. Tre secoli dopo, un altro italiano fa il passo successivo: Galileo pubblica a Venezia, nel marzo del 1610, il Sidereus Nuncius, e rende conto di aver visto con il cannocchiale che la Via Lattea è fatta di stelle innumerevoli e che intorno a Giove ne girano quattro. Il cielo contato dell’arcano diciassettesimo e il cielo contato di Galileo sono lo stesso gesto praticato con strumenti diversi: numerare per orientarsi.
Resta l’uso più antico di tutti. Gli egizi aspettavano che Sirio — la stella che chiamavano Sothis, «l’anima di Iside» — sorgesse appena prima del sole nella mattina che dava inizio alla piena del Nilo, e fissavano così l’anno agricolo su un unico ritorno luminoso. I magi di Matteo 2,2 partirono dall’Oriente perché, dice il vangelo, ne avevano visto la stella. E Dante, che di orientamento se ne intendeva, chiude ciascuna delle tre cantiche della Commedia con la parola stelle — una scelta che fa dell’intero poema un viaggio misurato sul cielo, e che a un lettore italiano rende immediatamente leggibile perché una stella dipinta su una carta non sia mai una decorazione. Quando nel 1909 Smith pose tre conteggi diversi su tre carte diverse, non improvvisava: collocava ciascuna carta su un piolo preciso di una scala di punte antica e deliberata.


