Lunarcana

· Pianta ·

L’alloro

Vittoria sempreverde: la corona che chiude una forma.

Che cosa significa l’alloro

L’alloro — Laurus nobilis, il lauro — è la corona di vittoria del mazzo. Il suo significato precede i tarocchi di venticinque secoli e arriva al pennello di Pamela Colman Smith con un repertorio già assestato, a cui l’immagine deve soltanto accennare. Anzitutto la vittoria: la corona d’alloro era il premio dei giochi pitici di Delfi, istituiti nel VI secolo avanti l’era volgare, e, con adattamenti, dei certami atletici e poetici greci in genere; il trionfo romano vestiva d’alloro il generale vittorioso, dalle foglie sulla fronte ai rami nelle mani dei soldati. Portare l’alloro significa aver portato a termine qualcosa in modo abbastanza pubblico perché la città sia d’accordo. Poi la sacralità: l’albero è consacrato ad Apollo, dio della luce, della musica, della profezia e della forma misurata. Dopo il mito che Ovidio registra nel primo libro delle Metamorfosi — Dafne, in fuga dall’inseguimento del dio, mutata per propria preghiera in pianta d’alloro — Apollo prende quell’albero come proprio segno e se ne lega le foglie ai capelli. Vittoria e intoccabilità si fondono in un solo fogliame.

Terzo, la continuità sempreverde: l’alloro non perde le foglie d’inverno. Plinio il Vecchio gli dedica un lungo passo nel quindicesimo libro della Naturalis historia — è, riferisce, l’unico albero che il fulmine non colpisce mai, piantato alla porta della casa di Augusto, rifiutato come combustibile per i fuochi sacrificali perché crepita. La corona non è dunque soltanto un premio: è quel tipo di compimento che continua a vivere, una forma chiusa che non smette di mettere foglie. Quarto, le scuole filosofiche hanno rifratto la stessa pianta in direzioni opposte: il pensiero stoico legge l’alloro come vittoria morale, trionfo dell’anima sulle passioni, mentre il Giardino epicureo vi legge una conquista intellettuale, la corona di chi è arrivato alla vita contemplativa. Dipingere alloro dentro una scena di tarocchi significa perciò scegliere con una certa precisione quale di questi registri sia in gioco — compimento pubblico, sanzione divina, permanenza sempreverde, vittoria morale, quiete del pensiero. Smith li usa tutti e cinque su quattro carte.

Come l’alloro compare nel mazzo

L’alloro entra nel mazzo su quattro carte, e su ciascuna Smith gli fa svolgere un compito diverso. Ne Il Matto una corona d’alloro sta sulla fronte del viandante nell’istante della partenza. La lettura è precisa e un po’ sconcertante: la vittoria è posata sul capo prima che il viaggio cominci. Qui l’alloro non si guadagna a un punto d’arrivo, si porta a un punto di partenza — la figura è vestita in anticipo per il compimento, come si veste chi è senza macchia prima del rito o chi è stato scelto prima dell’incoronazione. È il primo segnale che il mazzo dà del fatto che ciò che sembra un inizio potrebbe essere già, in segreto, la fine di un arco precedente.

Nel Tre di Coppe tre donne alzano le coppe in un girotondo fra i frutti del raccolto, e un piccolo alloro è intessuto nell’immagine in alto: la vittoria dell’amicizia, la gioia che appartiene al gruppo e non a nessuno dei tre. La corona, qui, è condivisa; nessuno la porta da solo. Nel Sei di Bastoni un cavaliere rientra verso una folla con la fronte cinta d’alloro e un secondo alloro legato al bastone che regge in mano. È l’immagine più netta che il mazzo dia della vittoria pubblica — il trionfo del ritorno, il riconoscimento della città, la corona appena ricevuta. Ed è anche un avvertimento sommesso: oggi la corona è sulla fronte, ma le foglie seccano e il momento passa; il cavaliere prosegue.

Ne Il Mondo l’alloro raggiunge il suo impiego più mitico. La danzatrice al centro è racchiusa da un grande serto ovale di alloro — una forma chiusa che tuttavia continua a mettere foglie nuove, con due nastri rossi che la legano in alto e in basso nella figura della lemniscata, i due capi del segno dell’infinito. Non è più una corona personale ma un recinto cosmico: il serto come sigillo sull’intero arco degli arcani maggiori, un compimento che non è un’uscita ma l’interno di un cerchio che seguita a vivere. Lette in ordine — Matto, Tre di Coppe, Sei di Bastoni, Mondo — le quattro carte descrivono un arco solo: la corona posata sulla fronte prima del cammino, condivisa fra amici nel mezzo del lavoro, ricevuta in pubblico dopo una vittoria, e infine allargata fino a diventare il confine stesso che tiene insieme il Mondo. La vittoria comincia come benedizione privata, diventa gioia condivisa, diventa ritorno riconosciuto, diventa la forma che il cosmo indossa.

Le carte che portano l’alloro

Quattro carte collocano l’alloro dentro la scena dipinta — sulla soglia, nel girotondo, sulla fronte di chi rientra, attorno al mondo che danza. Il suo senso slitta da anticipato a condiviso, da condiviso a pubblico, da pubblico a cosmico.

Passa il puntatore su uno spillo per vedere dove si trova il simbolo sulla carta.

Tre di Coppe · L’alloro

Tre di Coppe

Nel Tre di Coppe un piccolo alloro è intessuto nella scena del raccolto, sopra le coppe alzate delle tre donne — la vittoria dell’amicizia, la gioia che appartiene al gruppo e non a una sola. Nessuno lo porta da solo: la corona è condivisa come le coppe che si toccano. È l’alloro più sommesso del mazzo — il compimento come una sera in cui non si sta festeggiando nessuno in particolare.

· Leggi questa carta
Il Matto · L’alloro

Il Matto

Ne Il Matto l’alloro è già sulla fronte nel momento della partenza — la vittoria portata prima del viaggio, come si veste chi è senza macchia prima del rito. È il primo segnale del mazzo che ciò che sembra un inizio potrebbe essere già, in segreto, la fine di un arco precedente. Il serto non profetizza una vittoria: dichiara che quella figura, prima ancora di muovere il piede, era già compiuta in un altro registro.

· Leggi questa carta
Il Mondo · L’alloro

Il Mondo

Ne Il Mondo l’alloro è il grande serto ovale che racchiude la danzatrice — forma chiusa che pure continua a mettere foglie nuove, legata in alto e in basso da due nastri rossi nella figura della lemniscata. Non più corona personale ma recinto cosmico: il sigillo sull’intero arco degli arcani maggiori, un compimento che non è un’uscita ma l’interno di un cerchio che seguita a vivere.

· Leggi questa carta
Sei di Bastoni · L’alloro

Sei di Bastoni

Nel Sei di Bastoni l’alloro è doppio — un serto sulla fronte del cavaliere, un secondo legato al bastone che regge. È l’immagine più chiara della vittoria pubblica: il trionfo del ritorno, il riconoscimento della città, la corona appena ricevuta. Oggi sta sulla fronte; le foglie però seccano e il momento passa, e il cavaliere prosegue.

· Leggi questa carta

L’alloro appartiene alla categoria Pianta — le cose vegetali dipinte che incorniciano e vestono le figure. Le altre piante del mazzo portano eredità parallele: la rosa tiene la linea mariana, salomonica e cortese; la melagrana tiene la linea ellenistica ed ebraica della fertilità. Il lignaggio dell’alloro è distinto: classico, apollineo, pubblico — corona di certami conclusi e non di interni fioriti. Leggi l’alloro contro la rosa e la melagrana e il vocabolario botanico del mazzo si risolve in tre tradizioni convergenti.

Fonti più antiche

La vita simbolica dell’alloro comincia nella Grecia arcaica con il culto apollineo di Delfi. Ovidio fissa il mito fondativo nel primo libro delle Metamorfosi, scritto attorno all’8 dell’era volgare ma su materiale greco molto più antico: Apollo, colpito dalla freccia di Cupido, insegue la ninfa Dafne; lei, colpita dalla freccia di piombo che respinge l’amore, fugge atterrita per i boschi. Quando le forze la abbandonano invoca il padre, il dio-fiume Peneo, perché distrugga la forma che le ha procurato tanto guaio; la carne le diventa corteccia, le braccia rami, i capelli foglie, e resta radicata come primo alloro del mondo. Apollo, arrivato al tronco, abbraccia l’albero nuovo e lo dichiara per sempre sacro a sé: i capelli, la faretra, la cetra porteranno alloro, e le foglie incoroneranno i vincitori dei suoi giochi pitici e, a suo tempo, i trionfatori romani. La parola greca per alloro, δάφνη, è il nome della ninfa. Portare alloro, nel mondo classico, significa portare la forma che un desiderio ha preso quando non poteva essere accolto per quello che era: in questa etimologia la vittoria è inseparabile da una perdita diventata permanente.

Plinio il Vecchio, che scrive la Naturalis historia negli anni Settanta dell’era volgare, dedica all’alloro come botanica sacra i capitoli trentanove e quaranta del quindicesimo libro. Registra che è l’unico albero mai colpito dal fulmine; che Augusto ne fece piantare alle porte del palazzo; che i rami d’alloro aprivano il corteo del trionfo; che le foglie si rifiutano come combustibile per qualunque fuoco sacrificale, perché crepitano e romperebbero il silenzio che il rito esige. I giochi pitici premiavano il vincitore con una corona d’alloro invece che con l’olivo di Olimpia o il sedano di Nemea: il premio era il fogliame stesso del dio. Entro l’età augustea il generale cinto d’alloro che entra a Roma è l’immagine standard della vittoria compiuta, e la pianta è diventata la firma botanica dell’impero per il momento dell’arrivo.

L’Italia ha poi fatto dell’alloro una cosa sua, e in un modo che nessun’altra lingua europea ha ripetuto con la stessa forza. L’8 aprile 1341 Francesco Petrarca sale in Campidoglio e riceve la corona poetica in un rito che lui stesso aveva ricostruito leggendo Svetonio e Stazio: è la prima laurea poetica moderna, e nel discorso che pronuncia in quell’occasione, la Collatio laureationis, l’alloro non è un ornamento ma un argomento — la prova che la poesia merita gli onori pubblici che Roma dava ai generali. Dante quella corona non la ebbe: sperava di tornare a Firenze e prendere il cappello poetico sul fonte del suo battesimo, e morì a Ravenna senza. E c’è di più: nel Canzoniere, il nome della donna amata, Laura, e il nome della pianta, il lauro, sono la stessa parola — l’intero libro gira su quel bisticcio, e il mito di Dafne vi torna decine di volte, perché Petrarca ha capito prima di tutti che l’alloro dice insieme la gloria e la cosa che non si è potuta avere. Da quel rito capitolino discende anche la parola che ogni studente italiano pronuncia ancora oggi: la laurea, e la corona di foglie che si mette sulla testa a chi la prende, fotografia di famiglia compresa. Quando nel 1909 Pamela Colman Smith posò l’alloro su quattro carte — il serto anticipato del Matto, la gioia condivisa del Tre di Coppe, il trionfo pubblico del Sei di Bastoni, il recinto cosmico del Mondo — aveva sotto il pennello tutta questa pila: l’albero eletto di Apollo, il corpo trasformato di Dafne, la corona del vincitore pitico, il trionfo romano, la vittoria morale degli stoici, la quiete intellettuale degli epicurei, l’incorruttibilità sempreverde di Plinio, e il Campidoglio di Petrarca. L’alloro non deve scegliere fra queste cose: le porta tutte insieme.