Che cosa significa la Melagrana
La melagrana è la figura della fecondità letta attraverso la pluralità. Una buccia sola, un frutto solo per nome; spaccata, centinaia di chicchi stipati in camere a nido d’ape. Il suo significato non è quello della rosa — singolare, che si apre, profumata — ma il suo rovescio: un’unità che contiene una folla, un esterno che nasconde un interno già molteplice. Leggere la melagrana significa ammettere che ciò che in superficie appare intero può essere, al centro, irriducibilmente plurale — e che l’integrità e la molteplicità non sono in contraddizione, sono la stessa cosa vista da due distanze.
Nelle sue due lunghe tradizioni il paradosso si ripete identico. Il mito greco fa del chicco un vincolo: mangiane uno e apparterrai per sempre, almeno in parte, al mondo di sotto. L’architettura del tempio ebraico dispone duecento melagrane di bronzo attorno ai capitelli delle colonne d’ingresso, intrecciando fecondità e soglia del sacro. L’interno del frutto — numeroso, nascosto, vagamente sanguigno quando lo si apre — è ciò che lo rende diverso da qualunque altra pianta del repertorio simbolico. È una fecondità che non pretende di essere semplice, e che si paga contandola.
Come la Melagrana compare nel mazzo
La melagrana entra nel mazzo Rider-Waite-Smith su una carta sola: L’Imperatrice. Non è dipinta come frutto su un albero; è stampata sulla veste, ripetuta più e più volte, un tessuto di piccole melagrane rosse su fondo chiaro. Il commento di A.E. Waite nella Pictorial Key passa oltre in fretta, ma la scelta di Pamela Colman Smith di fare dell’abito stesso un campo di semi è già l’interpretazione. L’Imperatrice siede in trono in un campo di grano, sotto una cascata, accanto allo scudo di Venere; le melagrane la vestono — sono il modo in cui il suo corpo va letto. La fecondità, qui, non è un fiore singolo ma un motivo indossato, una molteplicità portata addosso alla pelle.
Letta contro La Papessa, la carta che la precede, dove in alcune tirature le melagrane risalgono anche il velo teso fra le due colonne, il frutto diventa una cerniera fra le due figure: la Papessa tiene i semi dietro un velo, l’Imperatrice li porta apertamente. Ciò che nel secondo arcano restava potenziale, nel terzo viene portato al corpo. Il mazzo non lascia mai che il simbolo si allontani troppo da questo passaggio — la conoscenza del seme che diventa il vestire il seme. In italiano la rima è ancora più netta, perché fra i due arcani la parola non cambia: la melagrana del velo e quella della veste sono lo stesso frutto a due gradi di esposizione.
Le carte che portano la Melagrana
Una sola carta del mazzo colloca la melagrana dentro la scena dipinta — L’Imperatrice, dove il frutto disegna l’intera veste.
Passa il puntatore su uno spillo per vedere dove si trova il simbolo sulla carta.
L’Imperatrice
Su L’Imperatrice le melagrane non sono tenute in mano ma indossate — ripetute sulla veste come motivo tessile. La scelta di Smith lega in un gesto solo la fecondità della figura alla pluralità e all’occultamento: il frutto seminato è la cosa più vicina al corpo, ma il suo interno resta coperto, e di esso si vede sempre e solo il fuori.
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La Melagrana appartiene alla categoria Pianta — le cose vive dipinte che incorniciano e vestono le figure. Conviene leggerle insieme: la rosa e il giglio percorrono la stessa linea mariana e salomonica.
Fonti più antiche
La profondità simbolica della melagrana precede il mazzo di venticinque secoli. L’Inno omerico a Demetra, fissato in greco attorno al VII secolo avanti Cristo, racconta di Persefone rapita da Ade nel mondo di sotto; la madre Demetra, dea del grano, ritira il suo dono dalla terra e il mondo diventa sterile. Si trova un compromesso, ma Persefone — controvoglia secondo una versione, per disegno di Ade secondo un’altra — ha mangiato sei chicchi di melagrana, e per sei mesi all’anno deve tornare sotto. (Alcune redazioni tarde ne contano sette.) Il chicco diventa il seme che vincola: ciò che si mangia nel mondo di sotto ti reclama per sempre.
La letteratura latina, e con essa la geografia italiana, dà al mito un indirizzo preciso. Cicerone nelle Verrine e Ovidio nelle Metamorfosi collocano il ratto a Enna, nel cuore della Sicilia, presso il lago di Pergusa: il prato fiorito da cui la terra si apre è un paesaggio siciliano, non un’astrazione. Il momento esatto lo scolpisce Gian Lorenzo Bernini nel Ratto di Proserpina della Galleria Borghese (1621-22), dove le dita di Plutone affondano nella coscia di marmo come in una materia cedevole — il capolavoro assoluto del tatto in scultura, e insieme la prova che l’italiano ha un accesso corporeo, non libresco, a questo mito. Chi legge la melagrana in italiano lo legge attraverso Bernini: il vincolo non è una regola narrativa, è una presa che lascia il segno.
Tre secoli prima dell’Inno omerico e un mare più in là, la Bibbia ebraica registra un’eredità diversa. Il primo libro dei Re (7,18-20) descrive le duecento melagrane di bronzo che Chiram di Tiro dispose su due file attorno ai capitelli di Jachin e Boaz, le colonne gemelle all’ingresso del Tempio di Salomone; altre melagrane sono cucite sulla veste del sommo sacerdote (Esodo 28,33-34). Qui il frutto è segno di consacrazione per via di fecondità: la soglia del luogo santo è fiancheggiata, due volte, dalla figura del seme moltiplicato.
Nella tarda antichità le due correnti confluiscono, e la confluenza è italiana quanto il resto. L’iconografia cristiana legge la melagrana nella mano della Vergine come segno eucaristico di fecondità casta, e la Madonna della Melagrana di Sandro Botticelli (attorno al 1487, oggi agli Uffizi) è l’esempio da manuale: il Bambino tiene il frutto aperto, i chicchi visibili, la Chiesa intera figurata come un corpo di molti dentro una sola pelle. Da lì la scrittura ermetica tardomedievale stabilizza la formula — un corpo, molti semi, l’interno visibile del principio di generazione. Pamela Colman Smith che nel 1909 la stampa sulla veste dell’Imperatrice è il punto in cui Enna e Gerusalemme si incontrano su un tessuto solo e diventano indossabili. Il frutto sull’abito è più antico di qualunque singolo mito che trasporta.
