Che cosa significa l’orizzonte
Fra i simboli di paesaggio l’orizzonte è il più facile da non vedere, perché non è un elemento del quadro: è la linea rispetto a cui ogni altro elemento viene misurato. Nella pittura a olio come nell’acquerello la sua collocazione vale come dichiarazione sull’occhio di chi dipinge: un orizzonte basso allunga la figura e spalanca il cielo, e la statura che ne risulta si legge come monumentale; un orizzonte alto rende intimo il primo piano e avvicina il mondo, e la terra vicina diventa leggibile nei dettagli. È una scelta morale prima che tecnica — chi decide dove passa quella linea decide quale misura di vita umana il quadro sia disposto a concedere.
L’orizzonte è inoltre la figura di una struttura filosofica precisa: il confine fra ciò che si conosce e ciò che non è ancora arrivato. Camminandogli incontro, cammina con te; non lo si raggiunge mai, lo si può solo spingere più in là. I fenomenologi del primo Novecento — Husserl nel 1913, Heidegger nel 1927 — hanno dato un nome a questo fatto geometrico quotidiano: l’orizzonte è il limite sempre implicito di qualunque esperienza presente, mai dato esso stesso come oggetto, sempre co-dato come il bordo oltre il quale altro mondo sta aspettando. Leopardi lo aveva scritto un secolo prima con un solo ostacolo domestico: una siepe che «da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude», e proprio per questo costringe a immaginare gli spazi che nasconde. Dipingere una linea d’orizzonte su una carta equivale ad ammettere che l’immagine ha un oltre; posarla deliberatamente all’altezza in cui sta equivale ad affermare che la figura dentro il quadro e chi lo guarda condividono lo stesso livello dell’occhio — che ciò che l’una vede, l’altro lo sta guardando insieme a lei.
Come l’orizzonte compare nel mazzo
Come linea, l’orizzonte è presente in quasi tutte le carte; ciò che ne fa un simbolo su tre di esse è quello che vi accade sopra. Nel Dieci di Spade l’orizzonte in fondo alla tavola è toccato da una fascia sottile di cielo che schiarisce: l’alba che la figura non può ancora vedere, la prova pittorica che questo è il momento dopo il quale non si può andare peggio. La disperazione sta in primo piano; la risposta sta sull’orizzonte, ed è una risposta incondizionata, perché l’alba non dipende dal fatto che chi giace a terra sia pronto a riceverla.
Nel Fante di Bastoni e nel Cavaliere di Bastoni l’orizzonte porta invece forme piramidali — tre triangoli che si leggono a un tempo come monumenti egizi e come geometria di una direzione scelta. Nel Fante le piramidi sono la distanza dell’apprendista: antiche, immobili, una meta che stava lì molto prima che il ragazzo nascesse e che ci starà a lungo dopo di lui. Nel Cavaliere le stesse sagome segnano la rotta già presa — il cavaliere ha scelto, il cavallo si è impennato, e le piramidi non dicono la velocità del viaggio, dicono il suo verso. Lette insieme, le tre carte risolvono il simbolo in un enunciato solo: nei tarocchi l’orizzonte è la linea fra ciò in cui si è già dentro e ciò verso cui si sta ancora camminando, e quello che la pittrice vi appoggia sopra è la sua tesi su quale direzione valga la pena tenere.
Le carte che portano l’orizzonte
Tre carte fanno dell’orizzonte stesso il senso della scena dipinta: che cosa vi sta sopra, e come la figura gli sta davanti.
Passa il puntatore su uno spillo per vedere dove si trova il simbolo sulla carta.
Dieci di Spade
Nel Dieci di Spade la fascia che schiarisce in fondo è la risposta che il primo piano non riesce ancora a vedere. L’alba arriva senza condizioni — non come salvataggio, non come miracolo, ma come l’ora in cui il giorno sarebbe comunque venuto. L’orizzonte è il permesso che la tavola dà di continuare a leggere oltre il corpo disteso.
· Leggi questa carta →Fante di Bastoni
Nel Fante di Bastoni le piramidi sull’orizzonte sono la distanza dell’apprendista — antiche, immobili, presenti molto prima di lui e presenti molto dopo. Lui non sa ancora quanto lontano lo porterà la strada; l’orizzonte lo sa già.
· Leggi questa carta →Cavaliere di Bastoni
Nel Cavaliere di Bastoni lo stesso orizzonte piramidale non segna la velocità ma la rotta. Il cavaliere ha scelto — il cavallo impennato, il bastone che mette foglie, il deserto oltre — e la linea in fondo nomina la direzione a cui quella scelta si è già impegnata.
· Leggi questa carta →Altri simboli vicini
L’orizzonte appartiene alla categoria Paesaggio — i tratti lenti di cielo, terra e acqua che incorniciano la figura umana. È la linea rispetto a cui ogni altro simbolo di paesaggio si misura: leggilo accanto alla montagna, che da lì si alza; al castello, che vi sta sopra; al sole, che lo attraversa; al campo, che gli sta sotto.
Fonti più antiche
La profondità iconografica dell’orizzonte viene da due correnti che si incontrano nella mano di Pamela Colman Smith. La prima è la pittura europea, e ha un punto d’origine italiano databile: quando Filippo Brunelleschi, intorno al 1420, dipinge le sue tavolette del Battistero e Leon Battista Alberti, nel De pictura del 1435, mette per iscritto la costruzione legittima, la linea d’orizzonte diventa una regola e non più un’abitudine. Alberti la fissa all’altezza dell’occhio di una figura umana in piedi sul piano del quadro, e a quell’altezza pone il punto di fuga: da allora, nella pittura italiana, sapere dove passa l’orizzonte significa sapere a che distanza il pittore ha voluto che stessimo. Piero della Francesca ne farà un trattato, il De prospectiva pingendi, e quattro secoli dopo Ruskin, in Modern Painters, riprenderà la stessa scelta come questione morale. Smith la formula in prosa piana nel suo saggio del 1908 «Should the Art Student Think?»: fare un’immagine comincia con una decisione su dove mettere l’occhio. Nel mazzo lei posa l’orizzonte quasi sempre all’altezza dell’occhio umano — non basso e solenne, non alto e intimo, ma alla quota da cui lo vedrebbe una persona in piedi. L’effetto è una specie di comunione: figura, lettore e meta lontana condividono un solo livello dello sguardo, e quel che la figura vede lo sta guardando anche chi tiene la carta.
La seconda corrente viene dalla filosofia, e fa dell’orizzonte un tratto strutturale di qualsiasi esperienza. I fenomenologi del primo Novecento — Husserl nelle Idee del 1913, Heidegger in Essere e tempo del 1927 — usano la parola per il confine sempre implicito della coscienza presente: mai esso stesso oggetto dell’attenzione, sempre co-dato come il bordo oltre cui altro mondo attende. Stavano nominando in prosa tecnica ciò che chiunque cammini sa già: che la linea davanti arretra mentre le vai incontro, che non la si raggiunge, e che è proprio il movimento verso di essa a scoprirne dell’altra. Smith non leggeva Husserl: dipingeva l’orizzonte che i suoi maestri e la tradizione europea le avevano consegnato. Ma il simbolo che i filosofi nominano nel 1913 è quello che il mazzo del 1909 aveva già dipinto — la linea che prova che l’immagine ha un oltre, e che la strada non finisce dove finisce il primo piano.


