Lunarcana

· Paesaggio ·

La Luna

Luce riflessa · cicli, intuito e ciò che si vede a metà.

Che cosa significa la Luna

Nella tradizione simbolica occidentale la Luna è la figura della luce riflessa, mai della luce propria. Dove Il Sole è discorso diretto, la Luna è allusione: il campo dei sogni, dell’intuito, di tutto ciò che nella mente arriva per immagine e per marea invece che per affermazione. Il suo ciclo mensile di crescita e di calo è già il suo significato — insegna che una conoscenza non arriva necessariamente intera, e che certe cose si attraversano soltanto per fasi, una porzione alla volta, senza poter accelerare il passo.

Nella cabala ermetica ereditata dalla Golden Dawn la Luna è la lampada della sefirah Yesod: fondamento, sostrato astrale, il corpo onirico che tiene legato l’io vigile al corpo del mondo. Le sue correnti sono maree del sentire — tirate da un corpo che non si vede, prevedibili nella forma, impossibili da correggere per via di argomenti. Leggere la Luna significa ammettere che la vita interiore ha un tempo meteorologico suo, indipendente dal calendario diurno. È la stessa ammissione che Leopardi affida al pastore errante dell’Asia quando interroga la luna silenziosa e non ottiene risposta: non una risposta, ma la conferma che la domanda era formulata bene.

Come la Luna compare nel mazzo

L’arcano che ne porta il nome — La Luna, diciottesimo trionfo — dipinge una notte raffreddata: un grande volto lunare scende con gli occhi quasi chiusi e lascia cadere fiamme a forma di yod; sotto, un lupo e un cane levano la voce ai due lati di un sentiero che passa fra due torri, mentre un gambero risale da uno stagno in primo piano. A.E. Waite legge il quadro come il cammino dell’inconscio: la lunga tratta che va percorsa prima che la luce diurna della carta successiva possa raccoglierne chi la attraversa. Vale la pena ricordare che questo paesaggio è un’invenzione tarda: nel mazzo Visconti-Sforza dipinto a Milano attorno al 1450 la Luna non è una scena notturna ma una donna in piedi che regge una falce in mano, come si regge un attributo. Il cielo con le torri, il sentiero e gli animali arriva dopo — marsigliese prima, inglese poi — e trasforma un emblema tenuto in mano in un luogo che si attraversa.

La stessa falce ritorna in tutt’altra tonalità sull’Otto di Coppe, dove la luna sta bassa e in parte eclissata sopra una baia immobile, mentre una figura incappucciata si allontana da otto coppe impilate con cura e sale fuori dall’inquadratura verso un paese più scuro. Qui la luna non è lo sgomento del diciottesimo trionfo ma la sua parente più quieta: un cielo che sa già che quella persona sta partendo e le illumina la soglia senza commentare. Due carte, due distanze — in entrambe la luna resta il testimone di una decisione interna che non si lascia più dissuadere a parole.

Le carte che portano la Luna

Due carte del mazzo collocano la Luna dentro la scena dipinta.

Passa il puntatore su uno spillo per vedere dove si trova il simbolo sulla carta.

Otto di Coppe · La Luna

Otto di Coppe

Sull’Otto di Coppe la luna sta bassa e in parte eclissata — mostrata e nascosta nello stesso istante, che è la forma esatta di una mente la quale sa già di andarsene ma non ha ancora trovato le parole per dire perché.

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La Luna · La Luna

La Luna

Su La Luna il satellite occupa tutto il cielo alto — volto rivolto in basso, occhi socchiusi, fiamme a yod che cadono. Le carte che seguono (Il Sole, Il Giudizio, Il Mondo) non possono arrivare se prima non si è percorso questo corridoio notturno per intero.

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La Luna appartiene alla categoria Paesaggio — i tratti lenti del cielo, della terra e dell’acqua che incorniciano la figura umana. Conviene leggerli accanto a lei.

Fonti più antiche

La profondità iconografica della luna precede i tarocchi di millenni. Il sumerico Sin e l’accadico Nanna sono divinità lunari maschili, la cui barca di lapislazzuli a forma di falce naviga il cielo notturno; l’egizio Khonsu e Thot portano il disco lunare sul copricapo; la Selene ellenistica guida una biga a due cavalli di fronte alla quadriga di Elio. Nel Medioevo la luna diventa stabilmente figura femminile nell’arte cristiana ed ermetica — Diana, lo sgabello della Vergine, l’elemento mutevole al di sotto della sfera delle stelle fisse. La Picatrix latina la elenca fra i sette pianeti che governano le attribuzioni magiche; la Golden Dawn, a fine Ottocento, la fissa al sentiero di Qoph — la nuca, il sonno, la profondità acquea — sull’Albero della Vita.

L’italiano possiede però un testo lunare che vale l’intero stemma: il canto XXXIV dell’Orlando Furioso, dove Astolfo sale sulla luna in groppa all’ippogrifo e vi trova ammucchiato tutto ciò che sulla terra si è perduto — le ampolle del senno, i voti non mantenuti, la fama sprecata, le lacrime degli amanti. Ariosto fa della luna un magazzino di cose smarrite, cioè esattamente ciò che la carta descrive: il luogo dove va a finire quanto la coscienza diurna non riesce a tenere. Il lupo, il cane, le torri e il gambero che risale di Pamela Colman Smith sono la sua regia personale del 1909; il magazzino sotto la scena è molto più antico della carta e molto più antico della scrittura.