Lunarcana

· Oggetto ·

Le Colonne

Boaz e Jachin · la porta definita da ciò che le sta ai lati.

Che cosa significano le Colonne

Nel vocabolario iconografico della tradizione occidentale una colonna non è mai un oggetto singolo: è metà di una coppia, e la coppia non è decorazione. Due colonne definiscono una soglia. Segnano la linea in cui il fuori diventa dentro, in cui il suolo non consacrato finisce e il tempio comincia, in cui chi passava di lì smette di essere un passante e diventa qualcuno che ha scelto di entrare. Il significato abita l’intervallo fra le due: una porta è lo spazio negativo che due colonne tengono aperto, e che senza di loro non esisterebbe come luogo.

La coppia è anche il diagramma di una polarità tenuta in equilibrio. Una colonna è scura, l’altra chiara; una è rigore, l’altra misericordia; una è il principio che contrae, l’altra quello che concede. Prese da sole, ciascuna è una forza. Prese in coppia, con un passaggio in mezzo, diventano una struttura attraverso cui una terza cosa — chi cammina, la sacerdotessa, chi viene iniziato — può transitare. Leggere le Colonne significa leggere l’architettura di qualsiasi decisione che chieda insieme severità e grazia, e che vada in rovina se le si concede una sola delle due.

Come le Colonne compaiono nel mazzo

Nel mazzo Rider-Waite-Smith le Colonne appartengono in modo decisivo a una carta sola: La Papessa. Pamela Colman Smith le dipinge ai due lati della figura seduta — la colonna di sinistra nera e incisa con la lettera B di Boaz, quella di destra bianca e incisa con la J di Jachin. Fra loro pende un velo a melagrane e palme, e su quel velo La Papessa siede: né dentro né fuori dal tempio, ma esattamente sulla sua linea. A.E. Waite, nella Pictorial Key, tratta la scena come la chiesa segreta — la porta è stata lasciata aperta, ma l’insegnamento è la soglia, non ciò che sta oltre.

Due colonne inquadrano anche Il Papa, dove il carico simbolico si sposta dal mistero polare all’ufficio pubblico: la stessa architettura, usata ora per la chiesa visibile invece che per quella nascosta. (Il catalogo degli spilli non registra quelle colonne sotto questa voce; sono segnalate qui per completezza.) Lette insieme, La Papessa e Il Papa mostrano la medesima intuizione strutturale da due lati: ogni istituzione in cui valga la pena entrare è costruita su una polarità che non ha fatto collassare, e la porta ne è la prova.

Un’avvertenza storica che in italiano conviene dare per prima, non per ultima: le colonne non appartengono alla figura originale. Nel mazzo Visconti-Sforza dipinto a Milano attorno al 1450 La Papessa è una monaca seduta in abito, con il libro in mano e un triregno sul capo, e intorno a lei non c’è architettura di alcun tipo. La tradizione erudita la identifica con Suor Manfreda da Pirovano, religiosa umiliata del ramo visconteo che il movimento guglielmita elesse «papessa» e che l’Inquisizione mandò al rogo a Milano nel 1300 — una parente scomoda dipinta su una carta di corte. Le colonne arrivano nel 1909, per via inglese e massonica. Chi legge la carta in italiano legge dunque due strati distinti: una monaca milanese sotto, un portale salomonico sopra.

Le carte che portano le Colonne

Una sola carta del mazzo colloca le Colonne dentro la scena dipinta.

Passa il puntatore su uno spillo per vedere dove si trova il simbolo sulla carta.

La Papessa · Le Colonne

La Papessa

Su La Papessa le colonne stanno alla sua destra e alla sua sinistra — Boaz nera, Jachin bianca, il velo di melagrane teso fra le due. Non siede davanti alla porta né dietro di essa. Siede sulla porta, ed è tutto il segreto: la soglia è il seggio dell’ufficio.

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Le Colonne appartengono alla categoria Oggetto — arredo del tempio, strumenti rituali e cose portate che trasformano un corpo in una figura. Conviene leggere questi simboli insieme.

Fonti più antiche

La coppia Boaz e Jachin è più antica dei tarocchi di circa tremila anni. Il primo libro dei Re (7,13-22) e il secondo delle Cronache (3,15-17) raccontano come Chiram di Tiro fuse due colonne di bronzo per il portico del Tempio di Salomone a Gerusalemme. Collocò quella di destra e la chiamò Jachin — «egli stabilirà» — e collocò quella di sinistra e la chiamò Boaz — «in lui è la forza». Fiancheggiavano l’ingresso del luogo santo: si entrava nel santuario passando in mezzo. Le colonne furono distrutte insieme al tempio, ma i nomi e la geometria sopravvissero nella tradizione dei testi.

Quando la cabala ermetica diede all’Albero della Vita il suo diagramma moderno, quella geometria fu promossa da portico a cosmologia. Le dieci sefirot si dispongono in tre colonne verticali: a destra la Colonna della Misericordia (Chesed e l’effusione più mite), a sinistra la Colonna del Rigore (Geburah e la forza che contrae), al centro la Colonna della Mitezza lungo cui discendono Tiphareth, Yesod e Malkuth. Boaz viene letta a sinistra, Jachin a destra, e il compito di chi viene iniziato è restare sulla colonna centrale abbastanza a lungo da diventarne l’asse. Il resoconto della Golden Dawn lasciato da Israel Regardie riporta la cosa nel rituale: nella cerimonia di Neofita l’aspirante viene condotto davanti a due colonne materiali e gli si chiede di camminare in mezzo, così che il gesto e il diagramma coincidano in un atto solo.

L’Italia ha una versione civile della stessa idea, ed è la più eloquente d’Europa. Sul molo di Piazza San Marco a Venezia stanno due colonne di granito portate dall’Oriente nel XII secolo: su una il leone alato di San Marco, sull’altra San Todaro con il drago. Erano la porta d’acqua della Repubblica, l’ingresso cerimoniale per chi arrivava dal mare; fra le due si eseguivano le condanne capitali, ed è per questo che i veneziani, ancora oggi, evitano per scaramanzia di passarci in mezzo. È la stessa grammatica del tempio salomonico applicata a una città mercantile: due colonne, un passaggio, e la coscienza precisa che attraversarlo non è mai un gesto neutro. Piero della Francesca, nella Flagellazione di Urbino, userà la medesima misura con l’altro estremo del registro — una fuga di colonne che divide il quadro in un dentro e un fuori e costringe lo sguardo a scegliere da che parte stare. Il velo teso e le due lettere della carta di Smith sono, rispetto a questa storia, la sintesi tascabile.