Che cosa significa la coppa
Nella tradizione occidentale la coppa si legge come vaso dell’anima: la forma che il sentire assume quando accetta di essere portato invece che bevuto tutto in una volta. Se il bastone è la volontà e la spada è il pensiero, la coppa è il corpo dell’emozione dotato di un contenitore abbastanza preciso da reggerla senza deformarla. Il rito ermetico la colloca nel quarto occidentale dell’altare come strumento dell’acqua; nei gradi della Golden Dawn è il calice lustrale da cui il candidato viene purificato. Ciò che si studia non è il liquido, è il recipiente: quanto è pieno, quanto è in piano, se è coperto, se viene offerto.
Rachel Pollack, riassumendo una lunga eredità ermetica e cristiana, chiama la coppa «vaso dell’anima», e la formula tiene su tutto il mazzo. La forma dipinta sulle carte è genealogicamente la stessa del Graal cristiano del romanzo di Chrétien de Troyes, che a sua volta si posa sopra il calderone celtico di Cerridwen, la coppa libatoria mesopotamica e il mare di bronzo del Tempio salomonico. In Italia questa genealogia ha un indirizzo visitabile: nel tesoro di San Lorenzo, a Genova, si conserva il Sacro Catino, bacile esagonale di vetro verde portato da Cesarea nel 1101 e per secoli creduto il Graal. Non lo era; e tuttavia la città gli costruì attorno una custodia, una scorta, una liturgia. Guardare una coppa che nei tarocchi si inclina, si colma, si versa, si copre o si solleva significa dunque guardare una filosofia del sentire: l’emozione come qualcosa che ha una forma, e che si può tenere con cura, consegnare, o posare a terra.
Come la coppa compare nel mazzo
La coppa è l’emblema centrale di un intero seme, ed è anche l’unico strumento minore che ritorna negli arcani maggiori. Se si legge il seme delle Coppe come un arco unico, è il vaso stesso a raccontare. Comincia pieno e sollevato: due coppe alzate fra pari nel Due di Coppe, tre levate in risonanza nel Tre. Si inclina e rifiuta nel Quattro, dove tre coppe piene stanno davanti a un uomo la cui attenzione è altrove e una quarta gli viene porta da una nuvola che non vede. Si rovescia nel Cinque — tre coppe riverse davanti alla figura ammantata, due ancora in piedi alle sue spalle — e viene riparata nella memoria nel Sei, dove sei coppe sono riempite di fiori bianchi invece che d’acqua. Si dilata nel Sette in un grappolo di miraggi; si accatasta incompiuta nell’Otto; si inarca nel Nove; e nel Dieci si scioglie in un arcobaleno di sette coppe inclinate verso il cielo.
La corte chiude il seme, e lo fa per gradi di custodia. Il Fante di Coppe regge il vaso in piano con un pesce che vi si affaccia; il Cavaliere di Coppe avanza al passo tenendo la sua coppa aperta davanti a sé come una consegna; la Regina di Coppe siede con il calice più elaborato del mazzo, chiuso da un coperchio sormontato — e quel coperchio è il fatto decisivo della carta; il Re di Coppe sta in trono con la coppa in una mano e lo scettro nell’altra, e non depone né l’una né l’altro. Fuori dal seme, la coppa ritorna negli arcani maggiori: nella Temperanza, dove una figura alata travasa l’acqua fra un vaso d’oro e uno d’argento in un unico getto continuo che sfida la fisica e nomina l’operazione ermetica di tutto il seme; e sul tavolo del Bagatto, accanto al bastone, alla spada e al denaro, dove i quattro strumenti dicono i quattro mondi su cui il giocoliere accetta di lavorare. Nelle carte Visconti-Sforza dipinte a Milano intorno al 1450 l’Asso di Coppe non è nemmeno un bicchiere: è una fontana architettonica, un tabernacolo a più ordini. Da principio, insomma, questo seme non parla di bere, parla di costruire il luogo dove qualcosa si conserva.
Le carte che portano la coppa
Quindici spilli nel mazzo collocano una coppa dentro la scena dipinta — l’intero seme delle Coppe più la Temperanza e l’altare del Bagatto.
Passa il puntatore su uno spillo per vedere dove si trova il simbolo sulla carta.
Due di Coppe
Nel Due di Coppe i due vasi sono tenuti esattamente alla stessa altezza: una prova di parità in forma di immagine. Abbassa l’uno e il gesto diventa una presentazione; abbassa l’altro e diventa una richiesta. Il voto sta nella pariteticità.
· Leggi questa carta →Tre di Coppe
Un gesto di riconoscimento reciproco — vasi che entrano in risonanza.
· Leggi questa carta →Quattro di Coppe
Nel Quattro di Coppe tre vasi stanno ai suoi piedi e un quarto gli viene porto da una nuvola accanto. Il dettaglio che fa funzionare la carta è la differenza di piano: i tre in basso li legge dall’alto, mentre il quarto attende all’altezza dei suoi occhi chiusi — il dono che chiede di essere guardato alzando lo sguardo, non abbassandolo.
· Leggi questa carta →Quattro di Coppe
Nel Quattro di Coppe tre vasi stanno ai suoi piedi e un quarto gli viene porto da una nuvola accanto. Il dettaglio che fa funzionare la carta è la differenza di piano: i tre in basso li legge dall’alto, mentre il quarto attende all’altezza dei suoi occhi chiusi — il dono che chiede di essere guardato alzando lo sguardo, non abbassandolo.
· Leggi questa carta →Cinque di Coppe
La perdita visibile — il punto in cui lo sguardo si è incastrato.
· Leggi questa carta →Cinque di Coppe
Il resto che nessuno ha visto — torna a contare nell’istante in cui lui si volta.
· Leggi questa carta →Sette di Coppe
Possibilità che brillano tutte allo stesso modo — e questa parità è già di per sé una confusione.
· Leggi questa carta →Otto di Coppe
Nell’Otto di Coppe la catasta è geometricamente incompleta: alla fila superiore manca un vaso per chiudere il giro. È la forma stessa a obiettare che una disposizione finita non è ancora un sentimento finito, ed è per questo che la figura si mette il mantello e cammina.
· Leggi questa carta →Nove di Coppe
L’arco è la vigilia del tondo — il nove è arrivato, il dieci no. Questo istante è «a posto», non «concluso».
· Leggi questa carta →Dieci di Coppe
Un intero giro dell’acqua del sentire viene rovesciato nella luce — non un sentimento nuovo, ma il cristallizzarsi di ciò che già c’è.
· Leggi questa carta →Cavaliere di Coppe
Non un trofeo esibito — qualcosa destinato alla mano di un altro: per questo non può perdersi una goccia.
· Leggi questa carta →Regina di Coppe
Nella Regina di Coppe il calice è coperto, l’unico chiuso di tutto il seme e il fatto decisivo della carta. Il coperchio non è un rifiuto di sentire, è una riserva sui tempi: si solleva quando è pronta lei, non quando è pronto chi guarda.
· Leggi questa carta →Re di Coppe
Una mano per il sentire, una mano per l’ordine — si rifiuta di posarne una, e da qui viene il peso di questa carta.
· Leggi questa carta →La Temperanza
Nella Temperanza le due coppe sono d’oro e d’argento — sole e luna, conscio e inconscio — e la figura travasa l’acqua tra loro in un solo arco ininterrotto che sfida la fisica. I due vasi sono l’operazione ermetica in persona: gli opposti prima nominati nella loro separatezza, poi mediati da un flusso che li tocca entrambi.
· Leggi questa carta →Altri simboli vicini
La coppa appartiene alla categoria Oggetto — gli strumenti che le figure del mazzo tengono in mano come prova del mondo in cui stanno lavorando. Leggila insieme al bastone, alla spada, al denaro e agli altri vasi e attrezzi che dividono con lei il primo piano delle carte.
Fonti più antiche
La profondità iconografica della coppa precede i tarocchi di millenni e si stratifica da almeno quattro tradizioni. Dalla Mesopotamia viene la coppa libatoria, il vaso che versa vino o acqua sulla soglia di un tempio: il sentire portato fuori e fatto offerta. Dalla Bibbia ebraica viene il mare di bronzo del Tempio salomonico, la grande conca in cui i sacerdoti purificano mani e piedi prima del servizio. Dalla Britannia celtica viene il calderone di Cerridwen, vaso bronzeo di ispirazione e rinascita — se ne bevi sapendo diventi poeta, se ne bevi senza sapere vieni disfatto. Dal Medioevo cristiano viene il Graal, nominato come oggetto letterario nel Perceval di Chrétien de Troyes negli anni Ottanta del XII secolo e rielaborato una generazione dopo da Robert de Boron come la coppa dell’Ultima Cena.
Quando nel 1909 A.E. Waite commissiona il mazzo, le quattro correnti erano fuse da secoli: il Graal del romanzo medievale era già inteso, nel suo contesto ermetico, come la forma che raccoglie il calderone, la conca e la coppa libatoria in un solo emblema dell’anima come vaso. Il rito della Golden Dawn metteva un calice vero nel quarto occidentale dell’altare come strumento dell’acqua; il mazzo che hai in mano dipinge quello stesso calice quindici volte. Le coppe dipinte da Pamela Colman Smith — piene, rovesciate, coperte, in piano, sollevate — sono fioriture particolari di uno stelo che corre ininterrotto da una terrazza templare sumerica fino al suo studio londinese, e passa, per la nostra parte di mondo, dal vetro verde custodito a Genova e dalle fontane d’oro dipinte a Milano quattro secoli e mezzo prima di lei.












