Lunarcana

· Animale ·

L’Angelo

Il messaggero in alto: ciò che era vero diventa udibile.

Che cosa significa l’Angelo

Nel lessico figurativo dell’Occidente un angelo è anzitutto un messaggero: non una figura che agisce sul mondo, ma una che rende udibile una frase vera da sempre. Lo Pseudo-Dionigi Areopagita, scrivendo in greco sul finire del V secolo, dispone la milizia celeste in nove cori raccolti in tre triadi — serafini, cherubini, troni; dominazioni, virtù, potestà; principati, arcangeli, angeli — e affida proprio all’ultimo gradino, quello più vicino alle creature, il compito dell’annuncio. Tommaso d’Aquino ne fa dottrina nella Summa; i pittori italiani lo abitano. Chi ha visto gli angeli di Giotto nella Cappella degli Scrovegni, quelli che si torcono nel cielo azzurro sopra il Compianto, sa che quell’azzurro non è fondale: è la misura dalla quale la scena viene guardata.

La tradizione ermetica, e dopo di essa la Golden Dawn ottocentesca, fissa i quattro arcangeli più nominati ai quattro elementi: Michele a mezzogiorno per il fuoco, Gabriele a occidente per l’acqua, Raffaele a oriente per l’aria, Uriele a settentrione per la terra. I tarocchi ereditano questa quadripartizione senza mai disegnarla. Dove un angelo compare su una carta non è dunque ornamento: è la dichiarazione che quanto accade in basso viene testimoniato da un piano che i personaggi stessi non vedono, e che è proprio l’essere testimoniati a rendere la scena leggibile. L’angelo segna il momento in cui il racconto acconsente a essere ascoltato.

Come l’Angelo compare nel mazzo

Gli angeli affiorano su tre carte, e ogni apparizione è dottrinalmente esatta. Su Gli Amanti una figura alata, incoronata di fiamma, sta sospesa sopra la coppia nuda nel giardino: A.E. Waite, nella Pictorial Key, vi legge il principio superiore sotto il quale un’unione vera viene ratificata, mentre le dispense della Golden Dawn su cui Pamela Colman Smith lavorava lo nominano Raffaele, arcangelo dell’aria — di qui la lettera Zayin e l’attribuzione aerea. L’angelo non celebra un matrimonio: rende possibile un riconoscimento. L’uomo guarda la donna, la donna guarda l’angelo, l’angelo guarda la luce. È la stessa catena di sguardi che regge l’Annunciazione di Simone Martini agli Uffizi, dove nessuno dei due volti si posa davvero sull’altro e tutto il quadro sta nello scarto.

Su Il Giudizio l’angelo è Gabriele — il portatore di tromba dell’annuncio di Luca 1, 26-38, qui saldato alla settima tromba dell’Apocalisse (11, 15) che dichiara conclusa l’ora storica. Tre figure si levano da bare aperte; il bambino di spalle è il più vicino al suono. Smith e Waite mettono in scena l’istante in cui la frase vera da sempre diventa finalmente udibile: giudizio, qui, non vuol dire castigo, vuol dire riconoscimento. Letti insieme, i tre angeli del mazzo compongono una sola proposizione: Raffaele sopra Gli Amanti rende possibile la scelta, Gabriele sopra Il Giudizio rende possibile il ritorno, e i cherubini intagliati nello schienale del trono della Regina di Spade ricordano al seggio del giudizio che il suo scopo non è schiacciare l’anima, ma lasciarle ancora la facoltà di cambiare.

Le carte che portano l’Angelo

Tre carte collocano una figura angelica dentro la scena dipinta.

Passa il puntatore su uno spillo per vedere dove si trova il simbolo sulla carta.

Gli Amanti · L’Angelo

Gli Amanti

Su Gli Amanti l’angelo è Raffaele — incoronato di fiamma, le ali aperte sopra la coppia nuda nel giardino. Waite lo legge come il principio superiore sotto cui l’unione vera viene ratificata: è la luce che li vede, e insieme la condizione perché i due possano riconoscersi l’un l’altro.

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Il Giudizio · L’Angelo

Il Giudizio

Su Il Giudizio l’angelo è Gabriele — sporto da una nuvola lunga, la tromba di ottone alla bocca, lo stendardo che scende rosso su bianco. Non comanda: rende soltanto udibile la frase vera da sempre, saldando in un colpo solo la tromba dell’Annunciazione di Luca 1 e la settima dell’Apocalisse.

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Regina di Spade · L’Angelo

Regina di Spade

Sulla Regina di Spade gli angeli compaiono in bassorilievo — cherubini intagliati nello schienale del trono, accanto a due farfalle. Il seggio è un seggio di giudizio sacro; le farfalle aggiungono, senza parole, che il giudizio esiste perché l’anima possa ancora mutare, ancora volare.

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Nell’Atlante dei simboli l’Angelo rientra nella categoria Animale — il bestiario dei testimoni alati e quadrupedi che sorvegliano le carte dall’alto o di lato. Leggilo insieme al serpente e alle altre creature elencate qui sotto.

Fonti più antiche

Il vocabolario angelico che i tarocchi ereditano è stratificato. Lo Pseudo-Dionigi Areopagita ordina le intelligenze celesti in nove cori e tre triadi — serafini, cherubini, troni; dominazioni, virtù, potestà; principati, arcangeli, angeli — uno schema che Tommaso d’Aquino codifica nella Summa e con cui i pittori del Trecento e del Quattrocento popolano i loro cieli: il Beato Angelico, nelle celle di San Marco a Firenze, dipinge l’Annunciazione come una stanza in cui l’angelo entra senza fare rumore. Per questa via i quattro arcangeli più nominati passano nella pratica magica occidentale: Michele del fuoco, Gabriele dell’acqua, Raffaele dell’aria, Uriele della terra — la quadripartizione elementare che la Golden Dawn ripete ogni sera nel Rituale Minore di Bando del Pentagramma.

Due luoghi scritturali fanno quasi tutto il lavoro sulle carte. L’Annunciazione di Luca 1, 26-38 — Gabriele che si rivolge a Maria, e la frase preparata da secoli che finalmente prende corpo — dà a Il Giudizio la sua grammatica di riconoscimento invece che di castigo. L’Apocalisse di Giovanni 11, 15 — la settima tromba che proclama il regno del mondo passato al regno del cielo — gliene dà l’intonazione escatologica. Quando nel 1909 Waite affida a Pamela Colman Smith il disegno del mazzo, l’angelo è già uno strumento preciso: Raffaele su Gli Amanti (la lettera Zayin, la corrente aerea sotto la quale la scelta viene ratificata); Gabriele su Il Giudizio (la tromba che chiude e apre la storia nello stesso battito); i cherubini sul trono della Regina di Spade (la testimonianza che il giudizio serve a liberare, non a stritolare). Le tre tavole di Smith poggiano su una gerarchia profonda un millennio e mezzo.