Che cosa significa la Spada
La spada è la figura dell’intelletto che discrimina — la facoltà che separa questo da quello, il vero dal falso, il mio dal non mio. Nella corrente ermetica ereditata dalla Golden Dawn è assegnata all’Aria: l’elemento mobile e invisibile della parola, del respiro e del pensiero, e il più rapido dei quattro a far sangue. Ogni spada dei tarocchi porta questo carico. Prenderne una in mano significa rivendicare il diritto di decidere, e il diritto di decidere non si restituisce facilmente.
Ed è sempre, senza eccezione, a doppio taglio. La lama che recide un nodo recide anche la mano che la impugna male — la lettura che Rachel Pollack dà del seme di Spade ruota attorno a questo paradosso, il modo in cui la mente si mette all’angolo da sola con lo stesso strumento con cui sgombera il terreno. La spada non è dunque mai semplicemente trionfante. È la figura del taglio che definisce, e insieme del prezzo di aver definito: chiarezza comprata al filo di qualcosa che ora è reciso, risposte nette pagate con ciò che si è rifiutato di considerare. Il mazzo non lascia mai che il simbolo si allontani dal proprio costo.
Come la Spada compare nel mazzo
La spada sta al centro di due strutture contemporaneamente. Su La Giustizia è tenuta dritta nella mano destra, la lama puntata in alto, perfettamente verticale — A.E. Waite, nella Pictorial Key, la presenta come il verdetto neutro, il taglio che deve essere imparziale perché entrambe le parti guardano lo stesso filo. La bilancia pesa; la spada decide. È l’unica spada del mazzo tenuta così ferma. (Vale la pena ricordare, per chi frequenta i mazzi marsigliesi, che lì la Giustizia porta il numero VIII: la numerazione che il mazzo inglese usa e che questa pagina segue è un rimescolamento tardo, e non cambia nulla della figura.)
Poi la spada diventa il seme. Lungo le quattordici carte di Spade la stessa lama viene ruotata in ogni postura che la mente possa assumere: una sola spada incoronata sull’Asso; tre incrociate attraverso un cuore; quattro posate in piano sopra una tomba di riposo; otto piantate attorno a una figura legata; nove appese sopra il letto di chi non dorme; dieci a inchiodare un corpo bocconi alla chiusura. Le quattro figure di corte la declinano ciascuna a modo suo: il Fante che sorveglia diffidente oltre la spalla, il Cavaliere che carica con la lama orizzontale, la Regina seduta dritta con la spada alzata ma ferma, il Re saldo e senza gesti. Letto per intero, il seme è un unico ragionamento messo in scena attraverso un solo oggetto: che cosa la mente fa a se stessa quando le si dà un filo.
Le carte che portano la Spada
Sedici punti d’ancoraggio nel mazzo collocano una spada dentro la scena dipinta — La Giustizia più l’intero seme di Spade. Gli spilli qui sotto mostrano i quattro più carichi di significato; passa il puntatore su uno per vedere esattamente dove la lama si posa sull’immagine.
Passa il puntatore su uno spillo per vedere dove si trova il simbolo sulla carta.
La Giustizia
Su La Giustizia la spada è tenuta perfettamente verticale nella mano destra — né alzata né abbassata, l’unica spada del mazzo raffigurata in riposo totale. È la figura del verdetto che non sta ancora lusingando nessuna delle due parti.
· Leggi questa carta →Asso di Spade
La punta sale: il primo compito della lama è alzarsi, non calare. Nomina per prima cosa, e solo dopo decide se colpire.
· Leggi questa carta →Tre di Spade
Sul Tre di Spade tre lame attraversano un solo cuore rosso sotto un cielo grigio — il taglio nella sua forma più letterale, il momento in cui la distinzione è già avvenuta e il dolore ne è la ricevuta.
· Leggi questa carta →Quattro di Spade
Appese con la punta rivolta in basso: soltanto promemoria. Le tre battaglie passate restano a vista, ma non più in mano.
· Leggi questa carta →Quattro di Spade
La quarta lama non è ancora appesa: riposa lungo il fianco della pietra. Il ferro dell’ultimo scontro non è stato pulito né riposto — il ritiro è appena avvenuto, non è cosa lontana.
· Leggi questa carta →Cinque di Spade
Ha vinto, ma quello che tiene in braccio non è una medaglia: sono le armi che gli altri hanno deposto. Il peso glielo ricorda — ogni lama era puntata contro di lui, adesso ognuna gli appartiene, e le porta tutte da solo.
· Leggi questa carta →Cinque di Spade
Due che nessuno ha voluto nemmeno recuperare: hanno smesso di essere armi e sono soltanto il ferro di scarto lasciato dalla lite. Sul luogo di una vittoria c’è sempre qualcosa di così inutile.
· Leggi questa carta →Sette di Spade
Cinque lame strette al petto in modo scomodo: non è una presa da spadaccino, è un contrabbando improvvisato. Sul conteggio può ancora giustificarsi; sulla postura, la fretta lo ha già tradito.
· Leggi questa carta →Sette di Spade
Le due lame lasciate piantate sono una concessione rituale: «non ho preso tutto» diventa una forma di autoassoluzione. Eppure sono proprio quelle due che permetteranno, più tardi, di risalire a lui.
· Leggi questa carta →Otto di Spade
Sull’Otto di Spade otto lame stanno piantate nel terreno attorno a una figura legata e bendata: le spade sono dritte ma non sono il carceriere; i legami sono lenti, e la gabbia è la disposizione che la mente ha dato ai propri strumenti.
· Leggi questa carta →Nove di Spade
Non sono le lame che ti stanno ferendo adesso: sono quelle che hai catalogato e archiviato tu, più e più volte. La lunghezza dell’elenco prova la tua scrupolosità, non prova la verità.
· Leggi questa carta →Dieci di Spade
Sul Dieci di Spade dieci lame inchiodano bocconi una figura sotto un cielo nero che all’orizzonte comincia a spezzarsi — il compimento come arriva davvero in questo seme, con l’unica direzione rimasta che è verso l’alto.
· Leggi questa carta →Fante di Spade
La lama non è ancora servita a tagliare: per ora è soltanto un’intenzione. La mente giovane stringe la propria spada e impara, prima di ogni colpo, semplicemente a tenerla ritta.
· Leggi questa carta →Cavaliere di Spade
Non è una lama che sta colpendo qualcuno: è la lama che sta davanti a tutti. E la lama che apre deve imparare, prima di ogni altra cosa, a non lasciarsi cadere troppo presto.
· Leggi questa carta →Regina di Spade
La lama punta verso l’alto, non contro qualcuno: la sua affilatura allinea la propria direzione, non grava su un altro.
· Leggi questa carta →Re di Spade
La spada non cala come quella del guerriero e non attende come quella della vedetta: sta ritta, una linea mediana fuori discussione. La lama del giudizio merita quel nome soltanto quando è tenuta perfettamente verticale.
· Leggi questa carta →Altri simboli vicini
La Spada appartiene alla categoria Oggetto — gli strumenti, i vasi e le cose indossate che il mazzo dipinge. Conviene leggerli accanto a lei: le colonne, il trono e la corona attraversano scene di giudizio imparentate con questa.
Fonti più antiche
La spada che discrimina arriva al mazzo attraverso tradizioni sovrapposte. La Iustitia romana porta bilancia e spada almeno dal tardo Impero; il gladio del giudizio è più antico ancora nella Bibbia ebraica, dove Salomone propone di dividere in due un bambino conteso (1 Re 3,24-25) e i cherubini che custodiscono l’Eden brandiscono una spada fiammeggiante che roteava da ogni parte (Genesi 3,24). La Themis ellenistica e l’arcangelo Michele cristiano ereditano l’iconografia — giudizio che è anche difesa, difesa che è anche recisione. La Picatrix ermetica e la Golden Dawn fissano la spada al quarto aereo del cerchio magico, l’alba a oriente, il respiro che sale.
In Italia questa figura ha un volto dipinto e una data. Fra il 1338 e il 1339 Ambrogio Lorenzetti affresca nella Sala dei Nove del Palazzo Pubblico di Siena l’Allegoria ed effetti del Buono e del Cattivo Governo: sulla parete, la Giustizia siede con la bilancia sospesa dalla Sapienza e, poco oltre, la Giustizia armata del corteo comunale tiene la spada sulle ginocchia con una testa mozzata accanto. Non è un’allegoria astratta: è propaganda civica dipinta dentro la stanza dove i Nove governavano davvero, ed è il documento europeo più esplicito sul fatto che la spada della giustizia sia uno strumento politico prima che morale. Chi legge questo simbolo in italiano lo legge da lì: la lama non discende dal cielo, sta in una sala di consiglio.
Quattro secoli più tardi un milanese ne rovescia il senso con altrettanta precisione. Cesare Beccaria pubblica nel 1764 Dei delitti e delle pene e sostiene che la pena vale per la sua certezza e non per la sua durezza, che la tortura non produce verità e che la pena capitale non serve: il libro che avvia la riforma penale europea è italiano, e la sua tesi è esattamente ciò che il mazzo dice della spada — il taglio è legittimo solo se misurato, e la sua misura non è la forza. Sul versante opposto e più silenzioso, sul colle di Montesiepi presso Chiusdino, nella rotonda romanica costruita attorno al 1185, è infissa nella roccia la spada che la tradizione attribuisce a Galgano Guidotti, cavaliere che avrebbe piantato la propria lama nella pietra per farne una croce e smettere di combattere. Una spada usata per finire, non per cominciare: è il commento italiano più stringato che si possa immaginare al doppio taglio.
La lama dipinta da Pamela Colman Smith nel 1909 — ferma su La Giustizia, moltiplicata lungo il seme di Spade fino a fare del seme uno studio sulla mente che taglia se stessa — poggia dunque su una fondazione profonda circa tremila anni, e su una sala di Siena dove qualcuno quel filo lo brandiva per davvero.












