Lunarcana

· Animale ·

La Sfinge

Il centro immobile · sapere, volere, osare, tacere.

Che cosa significa la Sfinge

Nel bestiario che i tarocchi ereditano, la sfinge è il composto più denso: un corpo solo che raduna quattro creature altrimenti separate. Il profeta Ezechiele vede quattro viventi attorno al trono divino — un uomo, un leone, un toro, un’aquila — e l’Apocalisse li ripete agli angoli della nuova Gerusalemme; la Chiesa medievale li legge come i quattro evangelisti, la corrente ermetica come i quattro segni fissi dello zodiaco (Acquario, Leone, Toro, Scorpione) e i quattro elementi. La sfinge egizia, testa umana e corpo leonino, è la stessa quadruplicità compressa in una forma sola: l’enigmista che è già ciò su cui interroga.

Eliphas Lévi, scrivendo a Parigi negli anni Cinquanta dell’Ottocento, nomina questa compressione come i quattro poteri del mago — sapere, volere, osare, tacere. Ciascuna delle quattro nature animali ospita uno dei quattro poteri, e la sfinge è la figura in cui non si combattono più. Mezzo secolo dopo Aleister Crowley scrive la sfinge sulla cima della Ruota della Fortuna come centro immutabile della natura, il seggio che non gira nemmeno quando la ruota gira. Dove compare una sfinge, dunque, non è mai un ornamento: è la pretesa del quadro che qualcosa di stabile sia presente in mezzo al movimento, e che quella stabilità sia la somma di quattro correnti tenute in equilibrio, non il risultato di una che ne soffoca altre tre.

Come la Sfinge compare nel mazzo

Le sfingi affiorano due volte nel mazzo Rider-Waite-Smith, e le due comparse sono lo stesso insegnamento inquadrato in modo diverso. Su Il Carro due sfingi — una nera, una bianca — trainano il cocchio sotto il baldacchino. Nelle mani del principe non c’è redine e sulle loro groppe non c’è finimento: ciò che tiene insieme la pariglia è la volontà di chi sta in piedi sopra. A.E. Waite, nella Pictorial Key, legge la coppia come opposizione aggiogata — divergenza raccolta in un’unica linea di avanzamento. La glossa ermetica aggiunge che le due bestie portano le correnti polari (Misericordia e Rigore, maschile e femminile, luce e ombra) e che il carro si muove soltanto perché chi guida ha acconsentito a farsi tirare da entrambe insieme.

Su La Ruota della Fortuna la sfinge torna sola e immobile — azzurra, calma, la spada posata in orizzontale sulle ginocchia, seduta esattamente sul vertice della grande ruota. Sotto di lei Tifone in forma di serpente scivola lungo il bordo sinistro; di fronte, Ermanubi con la sua testa di sciacallo risale lungo quello destro. Il quadro è dunque una cosmologia a tre figure: una cosa scende soltanto perché un’altra sale nella medesima rotazione, e la sfinge in alto è ciò che non viene scagliato via. Lette insieme, le due comparse si risolvono in una frase sola — su Il Carro la quadruplicità è aggiogata al movimento, sulla Ruota è raccolta nell’immobilità. Stesso animale composito, posizione diversa rispetto al girare.

Una precisazione che in italiano va fatta, perché riguarda la storia materiale del mazzo: le sfingi del Carro sono un innesto tardo. Nel mazzo Visconti-Sforza dipinto a Milano attorno al 1450, come nella tradizione marsigliese che ne discende, il carro è tirato da due cavalli, e chi vi sta sopra è una dama o un principe coronato. La sostituzione dei cavalli con due sfingi arriva per via francese ottocentesca, da Lévi, e viene consegnata a Waite che la fa dipingere nel 1909. Chi legge la carta in italiano legge quindi due strati sovrapposti: sotto, un trionfo nuziale lombardo su ruote; sopra, un enigma egizio prestato dall’occultismo parigino.

Le carte che portano la Sfinge

Due carte del mazzo collocano la Sfinge dentro la scena dipinta.

Passa il puntatore su uno spillo per vedere dove si trova il simbolo sulla carta.

Il Carro · La Sfinge

Il Carro

Su Il Carro le sfingi vengono in coppia — una nera, una bianca — e trainano il cocchio senza redini né finimenti. L’opposizione stessa diventa forza motrice: la loro divergenza viene raccolta in una sola linea in avanti dalla volontà di chi sta in piedi sopra di loro.

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La Ruota della Fortuna · La Sfinge

La Ruota della Fortuna

Su La Ruota della Fortuna la sfinge è una sola, azzurra e immobile — la spada posata in orizzontale sulle ginocchia, seduta sul vertice della ruota. Con Tifone che scende a sinistra ed Ermanubi che sale a destra, è il centro che la rotazione non riesce a scagliare via: vede, e non compete.

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La Sfinge appartiene alla categoria Animale dell’Atlante dei Tarocchi — il bestiario di creature che fanno da testimoni morali ed elementari alle figure umane. Conviene leggerla accanto al serpente, con cui condivide La Ruota della Fortuna, e agli altri animali elencati qui sotto.

Fonti più antiche

La profondità iconografica della sfinge attraversa tre civiltà da cui il mazzo eredita. In Egitto la Grande Sfinge di Giza — Antico Regno, attorno al 2500 avanti Cristo — è scolpita come colosso dal corpo leonino e dalla testa umana, e la Stele del Sogno di Thutmose IV, del Nuovo Regno, la identifica con il dio solare Ra-Harakhti. La sfinge egizia è una guardiana: siede sulla soglia fra deserto e città, fra il mondo dei morti e quello dei vivi, e osserva senza parlare. In Grecia l’Edipo re di Sofocle mette in scena la sfinge di Tebe come enigmista alle porte: la conoscenza trasformata in posto di blocco, la custode della soglia che lascia passare soltanto chi sa nominare l’uomo nelle sue tre età. La sfinge greca è la figura che già sa, e il cui sapere è la prova.

L’Italia incontra la sfinge due volte, e in modi opposti. La prima è il giardino di Bomarzo, nel viterbese, che Vicino Orsini fa scavare nel tufo attorno al 1552: all’ingresso del Sacro Bosco stanno due sfingi su basamento, e sui basamenti corrono iscrizioni che interrogano chi entra — chi non percorre questo luogo con le ciglia inarcate e le labbra strette non arriverà ad ammirare le sette meraviglie del mondo. È la sfinge greca restituita alla sua funzione originaria: non una decorazione all’ingresso, ma una domanda posta prima della soglia, in volgare italiano, a chiunque passi. La seconda è il Museo Egizio di Torino, fondato nel 1824 dall’acquisto della collezione Drovetti: la più antica raccolta egizia del mondo, e il luogo in cui generazioni di italiani hanno visto una sfinge vera prima di vederne una dipinta su una carta. Chi legge questo simbolo in italiano non lo legge attraverso la moda egittizzante ottocentesca, lo legge attraverso un bosco cinquecentesco e una sala torinese.

Le correnti medievali ed ermetiche compongono poi queste eredità con la visione di Ezechiele dei quattro viventi attorno al trono — uomo, leone, toro, aquila — letti dalla Chiesa come i quattro evangelisti e dagli ermetisti come i quattro segni fissi e i quattro elementi. Eliphas Lévi, a Parigi negli anni Cinquanta dell’Ottocento, raduna il composto sotto i quattro poteri del mago: sapere, volere, osare, tacere. Israel Regardie eredita la lettura cherubica dalle dispense della Golden Dawn. Crowley, nel Libro di Thoth del 1944, scrive la sfinge in cima alla Ruota come centro immutabile della natura, il seggio che non gira nemmeno quando la ruota gira. Le due tavole di Pamela Colman Smith — la pariglia senza redini del Carro, la figura azzurra e ferma della Ruota — poggiano su una pila di eredità profonda circa quattromilacinquecento anni.